MOSTRE

PRESENTAZIONE MOSTRA STRATI NEL TEMPO

Le opere che vengono presentate in questa mostra sono il frutto di una lunga indagine, durata decenni, in cui Fabiano Ghislandi ha sperimentato diversi approcci allo studio della forma e del colore e, contemporaneamente, differenti linguaggi artistici alla ricerca di sé stesso, di una personale autenticità. Certo ha contribuito una formazione poliedrica: dalla scultura alla grafica, al design , alla pittura, tutti coltivati con competenza professionale. Non c’è improvvisazione, l’istintività viene disciplinata: gli aspetti originari del paesaggio vengono indagati ed è qui che egli sembra trovare una vena di suggestioni arcaiche, l’evocazione di una primitività dove la materia si agglomera, si cristallizza in strati testimoni di ere geologiche lontane. Dunque si tratta di una pittura materica unita all’esigenza di rilevare sulle superfici, nei solchi, nelle crepe, i processi di trasformazione che modificano il magma originario in “potenti architetture e sorprendenti geometrie” ( Questa definizione è di Fabiano Ghislandi) Forza cromatica e segni che ritmano la superficie, visione drammatica e, nello stesso tempo, strutturale. Certamente il colore è protagonista ma scavi, graffi incanalano la parte emotiva e la includono nella volontà di indagare nei processi di trasformazione della materia: erosioni, frammentazioni che si sono stratificate in altre epoche. Crepe, anfratti diventano strumenti di un’arte che vuole misurarsi con il potere costruttivo del tempo, lo sgretolarsi della materia viene imbrigliato in un ordine formale che appartiene all’intenzione dell’artista. Queste opere comunicano una energia vitale e, nelle stesso tempo, ci costringono a prendere atto del fatto che quelli che ci troviamo di fronte sono paesaggi della mente alla ricerca delle origini della materia e del tempo.

2018 – Rosa Chiumeo

PRESENTAZIONE AL CATALOGO

Il tempo come spazio di un’”infinita” messinscena di sé attraverso il segno e il colore, è questo il progetto che persegue Fabiano Ghislandi, soprattutto nella sua opera più recente inscritta sotto un’insegna come Strati del tempo che può ben abbracciare tutta quanta la sua opera, grafica pittorica e scultorea che sia: il tempo come historia di una cristallizzazione emozionale e materica in cui si registrano e scrivono, come su una carta sensibile, i processi di trasformazione dell’io, le sismiche onde energetiche di un sentimento delle cose e della vita che cerca un ordine formale a partire dell’azione di quello che nello Zibaldone Leopardi chiamava il “sentimento che anima al presente”, ossia dall’esigenza di trovare l’alveo più adeguato, il “solco” formale, in cui lasciare depositarsi quell’”incrocio” tra memoria e pensiero che sta a monte, per gli artisti non meno che per i poeti, di ogni ideazione e realizzazione: un processo che è una sfida al caos dell’esistente, nella lingua, geometrica e insieme vibrante di sotterranei lieviti e pulsioni, dell’Opera, ossimoricamente proiettata oltre la “finita memoria” in cui “il vuoto del presente / diventa specchio senza riflessi”, come si legge in un testo della poetessa Annitta Di Mineo contenuto nella raccolta La memoria e i suoi volti del 2013. Oltre il “vuoto del presente”, verso l’”infinito”, verso l’infinitezza di una scrittura indecifrabile nel suo farsi, indotta da un modello inconscio ma non incomprensibile di energia e pulsione che solo apparentemente risponde a un automatismo di scrittura: è in questa chiave che va letto il progressivo far fiorire, nel gran solco dell’informale, di sogni che sul supporto (carta o tela che sia) diventano segni rinunciando alla forma come prigione del desiderio (forma essendo anagramma di morfè, ossia addormentamento e sterilizzazione), per obbedire e dar corpo a un ordine tutto interno al suo farsi, all’ordine di un desiderio che è quello della messinscena appunto dell’io nel suo essere sempre al presente, in un processo di cui si intravede insieme la necessità e l’in/finitezza. Muovendosi verso un paese dove tutto può avvenire, dove a funzionare da lievito del gesto (lievito di vita e di emozioni), sia la memoria, ma “senza riflessi”, senza nostalgia. Così, sommossi da una forza al tempo stesso centripeta e centrifuga, nascono i paesaggi di Fabiano Ghislandi: dal bisogno di avventurarsi per lampi e bagliori verso il centro, il nocciolo intravisto del proprio magma sconosciuto, e al tempo stesso per sfuggire alla sua morsa insopportabile, alla sua drammatica tensione e urgenza, come esigenza di guardarsi nello specchio di un’intimità, a tratti appagata a tratti inquieta, e al tempo desiderio di sfuggire, di “uscir del bosco” come diceva Petrarca e “gir infra la gente”.

2020 – Vincenzo Guarracino

PRESENTAZIONE MOSTRA PIETRA MAESTRA

SINOPIE E SUDARI

Sinopia è discoprimento dopo una pulitura. E’ far emergere dal buio dell’oblio la traccia di una mano d’artista. “Sinopsis” è terra rossa che viene da Sinope, città sul Mar Nero da cui quella terra proveniva.
Sudario è lenzuolo di sepoltura su cui rimanevano tracce di vita, anche quando l’esistenza terrena se ne era andata, lasciando segni naturali come impronte.
Le opere di Fabiano Ghislandi non evocano oggetti concreti. Sono piuttosto emergenze come sinopie e sudari, testimonianze di un prima che non sempre è perfettamente visibile. Le composizioni vanno scoperte come si riportano alla luce civiltà nascoste e tuttavia disvelate dalla conoscenza archeologica.
Non evocano manufatti concreti ma tenui atmosfere, non presenze di concretezze ma rarefatte ed inquiete superfici corrugate, solcate da striature di presenze-assenze. Le tensioni emergono dalle fenditure come ferite mai cancellate. Le forme sono evocate ma rimangono come intrappolate. Hanno perso i contorni,
cancellato i profili, scacciata la linea, aggrovigliato i fili, sconvolta l’impalcatura. Eppure la trama non lascia nulla al caso. Niente di improvvisato, niente di
definitivo. L’opera diventa uno scavo nel pensiero. L’opera ha bisogno di concretezza del visibile ma nascondimento della ragione d’essere più
profonda. Ai tempi dell’informale, subito dopo gli orrori sopportati dall’umanità nella prima metà del Novecento (le due guerre mondiali, la Shoah, la
bomba atomica…) c’era chi paradossalmente dichiarava: “C’è più poesia in una crepa di muro che non nella Venere di Milo”. Esagerazione ed
eccentricità, è vero. Ma un chiaro invito a non circoscrivere l’arte a sola valutazione estetica e a porsi il problema della non rappresentazione
della figura umana dopo gli scempi compiuti dall’uomo stesso. L’invito era rivolto anche agli artisti che privilegiavano la sostanza rispetto
alla forma. Ora che la materia è diventata essa stessa luogo della gestazione del pensiero, una realtà parallela può essere esplorata come
autonoma, indipendente e un poco indisciplinata.
Fabiano Ghislandi analizza strati dell’invisibile che si depositano nelle fenditure, nei segni ancestrali di antiche civiltà, negli alfabeti che sono
stati abrasi, nelle larve dei paradisi perduti che richiamano alle utopie. Le sue opere potrebbero evocare paesaggi. Non romantici o classici, non di
immediato stampo ecologista ma topografie della conoscenza che vanno in profondità. Il sublime glorificante lascia il posto allo svelamento lento,
all’energia trattenuta, come colonne, paraste e lesene che nelle chiese di campagna imitavano i graffi e i colori delle pietre e dei marmi, frutto di
umili ma tecnicamente raffinati e sconosciuti esecutori.

Marzo 2022 – Sem Galimberti